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13 febbraio 1861
Ricordati, o uomo, che sei polvere e che ritornerai in polvere! Queste sono le parole che il Cappellano ci ha indirizzate questa mattina mettendoci la cenere sul fronte. Ah! non avevamo bisogno di questa cerimonia per rammentarci della morte! Mentre che assistevamo alla messa nella casamatta, le pietre che si staccavano dal muro, i feriti che si trasportavano ci mostravano abbastanza che la morte era tra noi. Il bombardamento continuava senza posa, egualmente spanventevole che nei due giorni precedenti. Vi erano fra noi eroici marinai che si disponevano a rilevare sulla batteria Regina i loro camerati; vi erano degni ufficiali che avevano abbandonato per mezz'ora il posto del pericolo per inginocchiarsi innanzi a Dio, tra i quali molti doveano essere giudicati il giorno stesso. Ricordati, o uomo, che sei polvere e che diventerai polvere! L'ultima ora di Gaeta è scoccata. La capitolazione è stata firmata a Mola da un momento il cannoneggiamento è cessato. L'inimico sapeva ciò che faceva puntando alle polveriere. Erano stati, mi dicono, costruiti, come pure molte casematte, sotto la direzione d'un capitano del genio chiamato Guarinelli, favorito di Ferdinando II. Costui aveva abusato della sua posizione, messo nelle sue casse bellissime somme, ed eseguiti i travagli senza dare alle mura ed alle volte la spessezza e la solidità necessaria. Il suddetto à seguito l'esempio dei Nunziante, e si aggiunge che era incaricato di molte batterie nel campo Piemontese. Bisogna anche rimarcare che l'invenzione del cannone rigato à cambiato notabilmente le condizioni della difesa d'una città; tale muro che era a pruova di bomba non lo è più a palla rigata. Gli assedianti hanno lanciato circa 60.000 proiettili vuoti della sera del 10 finora, 60.000 proiettili vuoti in tre giorni, 60.000 proiettili vuoti tra la domanda di capitolazione e la firma dell'atto. Le vittime di questi 60.000 proiettili grideranno eterna vendetta contro Cialdini. Da questa mattina, i Piemontesi aveano ancora smascherate due batterie, di cui l'uria in mezzo al Borgo, a 1000 metri dalla piazza. Lusso superfluo! Due o tre batterie napolitane, del fronte di mare risposero da quella parte, mentre che quelle del fronte di terra cercavano sostenere una lotta disperata. In quanto alla squadra Sarda, non ha lasciato l'ancoraggio di Mola. Il fuoco degli assedianti copriva la città colla stessa veemenza che un uragano delle Antille. Mai più grandioso e doloroso spettacolo si presentò agli umani sguardi. Verso le tre p. m., la riserva di munizioni delle batterie Philipstad e S. Andrea saltò. Altre batterie più lontane aveano già perdute le loro da una simile esplosione, cagionata dai tironemico. Non restano più che le batterie Regina, Trinità, Transilvania, Malpasso ed Orlando che possono tirare; anche Regina avea buon numero di pezzi smontati. Alle 4 sentimmo una scossa di tremuoto ed una detonazione capace di ghiacciare di spavento i più intrepidi, scosse gli echi della montagna. La grande riserva di polvere situata a Transilvania, colpita dalle palle rigate, era saltata. Nello stesso tempo, il laboratorio di Transilvania, la batteria di Transilvania, quella di Malpasso, e la batteria Picco di Malpasso erano lanciate in aria, o si sprofondavano, aprendo una voragine ardente. Ufficiali, artiglieri, cannoni, tutto è scomparso. La morte ha colpito sino a delle distanze considerevoli dalla parte sinistra. Ignoro il numero dei morti. Un francese, che ho citato due volte il nome, sig. Pierrel, è rimasto qualche momento svenuto ma n'è uscito sano e salvo. Domani senza dubbio sarebbe stata la polverista Regina che sarebbe saltata, e la nostra casamatta nello stesso tempo. La flotta Sarda avrebbe potuto venire a piazzarsi impunemente verso il quartiere della Trinità ed avrebbe cooperato all'opera di distruzione, senza che un solo cannone rispondesse. Da quel punto, tutto sarebbe finito. Per colmo di disgrazia, le bombe penetravano nell'ospedale dell'Annunziata e vi uccidevano degli ammalati. Il Re ha fatto subito firmare la capitolazione. Cialdini voleva che si rendesse in una volta Gaeta, Messina e Civitella del Tronto. Questa pretensione è stata messa da parte. Cialdini voleva entrare ancora dalla breccia cessando la piazza il fuoco, e le batterie Piemontesi continuando il loro, fino all'arrivo delle prime colonne nella città. Questa condizione è stata pure respinta. La guarnigione avrà tutti gli onori militari e sarà prigioniera di guerra fino alla resa della Cittadella di Messina che farà le sue condizioni particolari, quando lo giudicherà a proposito. I gradi degli ufficiali sono riconosciuti fino al 7 settembre 1860. Uffinciali e soldati riceveranno il loro soldo e prenderanno servizio nell'armata sarda o rientreanno nei loro focolari. Le pensioni saranno pagate ai militari avendo dritto al ritiro, sieno nazionali o stranieri. Il Re e la famiglia Reale sono liberi di condurre chi loro conviene. Si domanderà se l'onore è salvo? Da molto tempo lo era, da molto non si combatteva più per l'onore. Sulle tombe di tanti bravi che hanno sofferto con rassegnazione inalterabile, e che sono morti con una magnanima semplicità sulle rovine d'una città che si è difesa 100 giorni con risorse così limitate; con mezzi si sproporzionati, io, straniero, semplice testimone, ma non testimone insensibile, affermo che l'assedio di Gaeta sarà una delle più belle pagini dell'istoria contemporanea. La gloria sarà, non per i vincitori, ma per i vinti, è non vi è uomo di cuore che ricusi d'inchinarsi con rispetto innanzi la guarnigione come innanzi le Loro Maestà. Prima di chiudere questo giornale, vorrei poter pagare un tributo d'elogi a tutti quei che si sono specialmente distinti. Questo mi è assolutamente impossibile, e domando perdono a quei che non sono citati; esso si ricorderanno però che questo non è un rapporto ufficiale. Tra i più bravi, ed al primo rango, bisogna nominare il generale Riedmatten; avrebbe dovuto essere ucciso 100 volte. I giorni di gran bombardamento era¬no i suoi giorni di festa. Il signor Lautrec ch'è stato promosso al grado di maggiore e signor Urbani di Charrette, suoi aiutanti di campo, hanno eccitata l'universale ammirazione. Ecco una lista dei nomi che hanno tutto il dritto di essere scritti in lettere d'oro: Il colonnello Gabriele Ussani; il tenente-colonnello Nagle; il capitano De Paolis; il capitano Starace; il capitano La Morcese; il maggiore Solofra; il maggiore Steiner il capitano De Leonardis; il colonnello Afan de Rivera, direttore dell'arsenale; il capitano De Filippis; il maggior Wicland; il tenente Sutter; Anfora, da tenente colonnello, e che non ha 25 anni; il capitano Uhde, ufficiale dell'armata pontificia, citato onorabilmente nel rapporto del generale Lamoricière, e che era venuto espressamente per prendere il comando d'una batteria del fronte di mare; il capitano Tabacchi; il tenente Tarsia; i due fratelli Rossi. Questi signori sono tutti ufficiali d'artigliera. Ne dimentico forse molti altri, e, di nuovo, domando loro perdono. Non posso però dispensarmi di nominare gli ufficiali della batteria estera; il capitano Sury, che è nominato maggiore, ed il di cui sangue freddo non si smentisce mai; il tenente Ferdinando di Charrette, che sa portare il suo nome, e che fu leggermente ferito l'otto gennaio; il sotto tenente di Saint-Bris sempre arrampicato su i parapetti; signori Hueber, Ber-thol, Fouet, Vauthier, Harrington di la Chesnaye, ecc., si sono nobilmente condotti. Ma i primi eroi dell'assedio, quelli il di cui valore à popolarizzato i nomi in tutta Europa, sono: il Re, la Regina, i conti di Trani e Caserta. I principi della razza di Enrico IV hanno dovuto scuotersi nelle tombe di S. Dionigi. Non si celebrerà mai abbastanza la grandezza d'animo delle di Loro Maestà ed Altezze. Avrei potuto in questo giornale, moltiplicare gli aneddoti; me ne sono astenuto. Non ho voluto aggiungere dei vani ornamenti al piedistallo sul quale si drizzano oggi i Borboni di Napoli al cospetto degli altri sovrani confusi. Queste maestose figure non hanno bisogno dell'arte per imporre al mondo. Al ricordo di ciò che ho veduto, mi scopro con rispetto che non proverei al piede del trono del più possente Cesare. 14 Febbraio, a bordo dell'aviso francese la Mouette innanzi Terracina. Se vivessi dei secoli, questo giorno non si cancellerebbe dalla mia memoria. Alle 8 del mattino, l'avanguardia piemotese s'im-possessava delle batterie di terra e saliva sulla montagna di torre Orlando. La guarnigione, conforme a ciò che era stato regolato tra il governatore, tenente generale Milon, nominato invece del tenente generale Ritucci, demissionario, ed il generale, in capo piemontese, si era ritirata durante la notte verso il fronte di mare. Alla stessa ora, l'aviso francese la Mouette, inviato da Napoli, arrivava nella rada di Gaeta. Le truppe napoletane erano spiegate in linea dalla casamatta del Re fino alla porta di mare; è un tratto di strada meno di 300 passi. Le loro Maestà uscirono dalla casamatta per rendersi a bordo della Mouette: erano nei stessi costumi riprodotti dalla fotografìa, il Re in tenuta di semplice ufficiale, la sciabla al lato gli sproni ai stivali; la Regina era in capellino con piume verde. La musica suonò la marcia reale, la di cui espressione melanconica produsse una commozione istantanea nella folla che copriva la piazza della Gran Guardia. Io seguiva il corteggio a qualche distanza. Non saprei dire il carattere d'augusta semplicità, e di grandiosa tristezza che offriva questa scena. I soldati laceri, estenuati di fatica, presentavano un ultima volta le armi al loro sovrano, e delle grosse lagrime scendevano sulle loro gote. L'espressione del generale dolore diventava maggiore a misura che si avanzava verso la porta di mare. Si precipitavano per baciare la mano al Re. Subito i singhiozzi risuonavano per le strade. La popolazione, tanto duramente provata durante l'assedio, la popolazione decimata, la popolazione le di cui case sono state devastate, dimenticavano le proprie sventure per piangere su di quelle dei loro principi. Il Re, che è diventato macilente, era estremamente pallido; si leggeva su i suoi lineamenti la commozione del suo animo. Non potei scorgere il volto della regina. Mi intesi il cuore oppresso, e rivolsi altrove gli occhi. Perchè non dovrei confessarlo, anche in faccia ai scettici della rivoluzione? Sì, ancora io, ho pianto, come un fanciullo; ed allontanandomi dal corteggio, mi sono intromesso in una straduccia per asciugarmi gli occhi. Nel momento in cui le di Loro Maestà passarono il soglio della porta di mare, il grido di Viva il Re! spinta dal popolo e dalla guarnigione, salutò colui del quale si è voluto fare un tiranno spaventevole. Gli onori reali furono resi alle Maestà Loro sulla Mouette. Ufficiali e marinai erano in gran gala, i marinai su i pennoni. La bandiera reale ondeggiava sull'albero maestro. Un centinaio di persone, cioè a dire gli ambasciatori, i ministri, molti generali, ed ufficiali, i servitori di casa reale ed una mezza dozzina di ufficiali francesi salirono in seguito a bordo della Mouette; vari di quest'ultimi, considerati come aiutanti di campo del Re, sfuggivano così a Cialdini che avea proferito grosse minacce contro di essi. Cialdini domandò la lista delle persone imbarcate, ma non osò fare alcuna obiezione. Ebbi anche io l'onore di essere ammesso sul bastimento che portava la famiglia reale. Le navi della squadra sarda si avanzarono sino nel mezzo della rada per meglio godere del trionfo e vedere da più vicino la partenza degli esiliati. Il Re e la Regina guardarono freddamente con un cannocchiale la flotta del signor Persano. La Mouette restò più di un ora in rada; subito che ebbe ricevuto i suoi ospiti, la bandiera reale fu tolta, e quella francese copri colle sue pieghe il glorioso vinto. Quando le ruote del vapore cominciarono a girare, la batteria del porto salutò il monarca con 20 colpi di cannone; una gran bandiera inalberata sul bastione s'inchinò 3 volte con lentezza, poi fu tolta dal ramparo. La guarnigione, in massa sullo spiazzo della batteria fece rimbombare le grida di Viva il Re! sino a tanto che la Mouette fu arrivata dietro gli scogli della Trinità. Sul ponte noi chinavamo la testa e cercavamo nascondere le nostre lagrime. I Piemontesi guardavano dall'alto del monte Orlando. Durante la breve traversata da Gaeta a Terracina, il Re ed i Principi suoi fratelli hanno mostrata una serenità ammirevole e si sono degnati parlare con ciascuno di noi. La Regina è stata molto tempo sola alla poppa del bastimento, appoggiata sul parapetto e contemplando gli scogli di Gaeta. Nel momento in cui i francesi facevano colazione nel salone, il Re è comparso e ci ha detto con seducente affabilità : buono appetito. Ci siamo alzati ma Sua Maestà è sparito. Ecco questi tiranni! disse uno tra noi quando ci fummo rimessi a tavola; il minimo borghese non ha cento volte più orgoglio di lui? In quest'istante le di loro Maestà ed Altezze sbarcano a Terracina; la guarnigione francese li attende sulla riva. Gli esiliati si ritirano provvisoriamente a Roma; il solo Vicario di Cristo si degna offrirgli un asilo. Eccomi al termine di questa dolorosa via. Ho raccontato lealmente, senza pretensione, ma non senza provare spesso delle pungenti emozioni. Non ho il coraggio di nulla aggiungere a questo semplice racconto. L'editore volendo far cosa grata ai lettori riporta per intero ed originale la Capitolazione della resa di Gaeta, che manca nell'edizione francese.
CAPITOLAZIONE per la resa della Piazza di Gaeta stipulata fra il Comandante Generale delle truppe di S. M. Sarda ed il Governatore della Fortezza, rispettivamente rappresentati dai sottoscritti.
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Art. 1. La Piazza di Gaeta, il suo armamento completo, bandiere, magazzeni a polvere, vestiario, viveri, equipaggi, cavalli di truppa, navi imbarcazioni, ed in generale tutti gli oggetti di spettanza del Governo, sieno militari che civili, saranno consegnati all' uscita della guarnigione alle truppe di S. M. Vittorio Emanuele.
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Art. .2. Domattina alle ore 7 saranno consegnate alle truppe suddette le porte e poterne della città dal lato di terra, non che le opere di fortificazione attinenti a quelle porte, cioè dalla cittadella inchiusa sino alla batteria Transilvania, ed inoltre Torre Orlando.
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Art. 3. Tutta la guarnigione della Piazza compresi gl'impiegati militari ivi rinchiusi, usciranno cogli onori della guerra.
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Art. 4. Le truppe componenti la guarnigione esciranno colle bandiere armi e bagagli. Queste dopo aver reso gli onori militari, deporranno le armi e le bandiere sull'istmo, ad eccezione degli ufficiali, che conserveranno le loro armi, i loro cavalli bardati e tutto ciò che loro appartiene, e sono facoltati artresì a ritenere presso di loro i trabanti rispettivi.
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Art. 5. Esciranno per le prime le truppe straniere, le altre in seguito, secondo il loro ordine di battaglia, colla sinistra in testa.
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Art. 6. L'uscita della guarnigione della Piazza si farà per porta di terra a cominciare dal giorno 15 corrente alle ore 8 del mattino, in modo da essere terminata alle 4 pomeridiane.
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Art. 7. Gli ammalati e feriti ed il personale sanitario degli ospedali rimarranno nella Piazza; tutti gli altri militari od impiegati, che rimanessero nella piazza senza motivo legittimo e senza apposita autorizzazione dopo l'ora prestabilita dall'articolo precedente, saranno considerati come disertori di guerra.
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Art. 8. Tutte le truppe componenti la guarnigione di Gaeta rimarranno prigioniere di guerra finchè non siansi rese la cittadella di Messina e la fortezza di Civitella del Tronto.
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Art. 9. Dopo la resa di quelle due fortezze, le truppe componenti la guarnigione saranno rese alla libertà. Tuttavia i militari stranieri, dopo la prigionia, non potranno soffermarsi nel Regno e saranno trasportati nei rispettivi paesi. Assumeranno inoltre l'ob bligo di non servire per un anno contro il governo, a partire dalla data della presente capitolazione.
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Art. 10 A tutti gli ufficiali ed impiegati militari nazionali capitolati sono accordati due mesi di paga considerati in tempo di pace. Questi stessi ufficiali avranno due mesi di tempo a partire dalla data in cui furono messi in libertà, o prima se lo vogliono, per dichiarare se intendono prendere servizio nell'esercito nazionale od essere ritirati; oppure rimanere sciolti da ogni servizio militare. A quelli che intendono servire nell'esercito nazionale o essere ritirati, saranno, come gli altri ufficiali del già esercito napoletano, applicate le norme del R, decreto dato in Napoli il 28 novembre 1860.
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Art. 11 Gli individui di truppa, ossia di bassa forza, dopo terminata la prigionia di guerra, otterranno il loro congedo assoluto, se hanno compiuta la loro ferma, ossia il loro impegno. A quelli che non l'avessero compiuta sarà concesso un congedo di due mesi, dopo il qual termine potranno essere richiamati sotto le armi. A tutti indistintamente, dopo la prigionia, saranno dati due mesi di paga, ossia di pane e prestito per ripatriare.
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Art. 12 I sott'uffìciali e caporali nazionali che volessero continuare a servire nell'esercito nazionale saranno accettati coi loro gradi purchè abbiano le idoneità richieste.
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Art. 13. E' accordato agli ufficiali, sott'uffìciali e soldati esteri provenienti dagli antichi cinque corpi svizzeri quanto hanno dritto per le antiche capitolazioni e decreti posteriori no al 7 settembre 1860. Agli ufficiali, sott'uffìciali e soldati esteri che hanno preso servizio dopo l'agosto 1859 nei nuovi corpi e che non facevano parte dei vecchi è concesso quanto i decreti di formazione, sempre anteriori al 7 settembre 1860, loro accordano.
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Art. 14 Tutti i vecchi, gli storpii o mutilati militari, qualunque essi siano, senza tener conto della nazionalità saranno accolti nei depositi degli invalidi militari, qualora non preferissero ritirarsi in famiglia col sussidio quotidiano, a norma dei regolamenti del già Regno delle Due Sicilie.
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Art. 15 A tutti gl'impiegati civili sì napoletani che siciliani racchiusi in Gaeta, ed appartenenti ai rami amministrativi e giudiziario, è confermato il diritto al ritiro che potrebbero reclamare, corrispondente al grado che avevano al 7 settembre 1860.
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Art. 16 Saranno provvedute di mezzi di trasporto tutte quelle famiglie dei militari esistenti in Gaeta, che volessero uscire dalla fortezza.
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Art. 17 Saranno conservate agli ufficiali ritirati che sono nella Piazza le rispettive pensioni, qualora siano conformi ai regolamenti.
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Art. 18 Alle vedove ed agli orfani dei militari di Gaeta saranno conservate le pensioni che in atto tengono e riconosciuto il diritto per dimandare tali pensioni pel tratto avvenire ai termini della legge.
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Art. 19 Tutti gli abitanti di Gaeta non saranno molestati nelle persone e proprietà per opinioni passate.
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Art. 20 Le famiglie dei militari di Gaeta che trovansi nella Piazza sono poste sotto la protezione dell'esercito del re Vittorio Emmanuele.
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Art. 21 Ai militari nazionali di Gaeta, che per motivi di convenienza uscissero dallo Stato saranno pure applicate le disposizioni contenute negli articoli antecedenti.
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Art. 22. Resta convenuto che, dopo la firma della presente capitolazione, non vi deve restare nella Piazza nessuna mina carica; ove se ne trovassero la presente capitolazione sarebbe nulla, e la guarnigione considerata come resa a discrezione. Uguale conseguenza avrebbe luogo ove si trovassero le armi distrutte a bella posta, nonchè le munizioni, salvo che l'autorità della Piazza consegnasse i colpevoli, quali saranno immediatamente fucilati.
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Art. 23 Sarà nominata d'ambe le parti una Commissione composta di un ufficiale d'artiglieria, di uno del genio, di uno della marina, di uno d'intendenza militare, ossia commissario di guerra col personale necessario per la consegna della Piazza. Firmati: Per l'armata Sarda: Il Capo di Stato Maggiore Colonnello PIOLA CASELLI. Il luogotenente generale comandante superiore del genio L. F. MENABREA. Visto, ratificato ed approvato, il generale d'armata, comandante le truppe d'assedio, CIALDINI. Per la Piazza di Gaeta: GIOVANNI DELLI FRANCI, tenente colonnello capo dello Stato Maggiore d'Artiglieria i ROBERTO PASCA, generale della real Marina. Il generale capo dello Stato Maggiore, Visto, ratificato, ed approvato, il governatore della Piazza di Gaeta FRANCESCO MILON, tenente generale. Elenco delle persone partite da Gaeta con S. M. il Re Francesco II. Principe di Ruffano, maggiordomo di S. M. Duchessa di S. Cesario, dama d'onore di S. M. la Regina. Conte di Capaccio Derda, Cav. di compagnia del conte di Trani. Cav. Ulloa, ministro - Gen. del Re - Mons. Gallo e suo assistente - Cav. Ruiz de Ballestreros, segretario di S. M. - Tenente generale Riedmatten - Generale Bosco - Generale Schumacher - Generale Pasca -Colonnello Pisacane - Tenente colonnello Besio -Maggiore Winspeare - Ferrari, capitano ajutante del generale Brancaccio - Colonnello Criscuolo - Capitano Lubeck, ajutante del generale Riedmatten - Capitano Alfonso Pfiffer, ajutante del generale Schumacher - Secondo tenente Renda, ajutante del generale Bosco - Alfiere di Vascello Renda, ajutante del generale Pasca. Segretarii ed impiegati de' ministeri: Orlandi, Polpi, Monti, Necco.
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12 febbraio 1861
La giornata è stata simile a quella di ieri. Tutti i fuochi del cielo sembravano cadere sulle nostre teste e voler mettere l'incendio sino alle viscere della terra. Bisogna aver veduto ed inteso un tal bombardamento per formarsene il quadro, e dubito che ogni penna, ogni pennello non potrà mai dipingere l'orrore. Le case crollano, le casematte si scuotono, le polveriste si lesionano, i parapetti e le batterie rovesciansi, le cannoniere si livellano colla spianata, i rari blindaggi che si erano costruiti per i pezzi sono abbattuti. Il terreno delle batterie e delle strade sono solcate; le macerie si ammonticchiano. È l'immagine della desolazione. Appena la metà delle batterie napoletane sostengono il fuoco; l'eroismo è inutile, le altre batterie sono annullate. Ognuno però adempisce al suo dovere. Non si combatte che per morire. Si muore semplicemente, oscuramente; i nomi delle vittime resteranno quasi tutti sconosciuti, ma la coscienza è sodisfatta. Ah! colui che avrà un conto terribile a rendere a Dio, è l'autore di questo bombardamento è Cialdini. Lo domando in nome dell'umanità oltraggiata, perchè distruggere una città che offre di rendersi? perchè affaticarsi contro una guarnigione pronta a deporre le armi? perchè tanto sangue sparso senza profitto? perchè tante rovine? la capitolazione non è ancora segnata; si tratta ancora e Cialdini gode della potenza dei suoi cannoni rigati. Ecco una piazza nella quale l'assedio finirà senza che siasi aperta una trincea, senza che gli assedianti si sieno avvicinati a più di 1500 metri! Quando 1 francesi assediarono Gaeta nel 1806, spinsero le trincee fino a 500 metri, e risparmiarono interamente la città. E poi, se ho buona memoria, molti generali francesi seppero farsi uccidere nelle trincee; ma Cialdini fa colazione, pranza, cena e dorme pacificamente a Castellone, nella Villa Reale di Mola lontana più di 5 chilometri da Gaeta! Il generale Piemontese sì lagna molto del generale Ritucci governatore della piazza per aver fatto, dice egli, riparare la breccia. Se anche il fatto fosse vero, sarebbe perfettamente giustificato come rappresaglia, poichè, nel tempo dell'ultima tregua i Piemontesi hanno smascherata una nuova batteria; ma è falso. Per facilitare lo sgombro e ritirare con più lestezza le vittime, si era solamente gettato al più prossimo a dritta e sinistra la terra e le pietre, ed una porzione s'era trovata ammonticchiata sulla breccia; ma questa non era chiusa ne riparata. Si ebbe pure nella piazza l'idea di situare dei cannoni sulla breccia durante la tregua, quando si vide la nuova batteria degli assedianti; ma questa idea non fu eseguita. E lo stesso generale Cialdini se avesse avuto in mente risparmiare novelle vittime, poteva spedire un parlamentario nella piazza per accertarsi se la breccia ve- niva riparata, senza continuare il bombardamento, allorchè si trattava la resa.
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11 febbraio 1861
Gaeta è perduta. Non più illusioni. Ieri nella sera, la piazza ha domandato al generale Cialdini una tregua di 15 giorni per trattare le condizioni della resa. I parlamentari incaricati della convenzione erano: il generale Antonelli, ed il vice am¬miraglio Pasca che alla partenza del Re di Napoli, il 6 settembre comandava la Partenope, tenne una nobile condotta, ed il colonnello Delli Franci. Il generale Piemontese s'è dichiarato pronto entrare in parlamento. Ma ricusa formalmente di concedere un armistizio e di sospendere il bombardamento. Il fuoco è stato dunque continuato sin da ieri; questa mattina, ha acquistato un vigore non mai avuto. È spaventevole. Vedo i rottami accumularsi dietro la nostra casamatta, che è crivellata e che finirà forse per crollare. Ogni momento delle pietre, della terra sono lanciate, violentemente nell'interno, talmente i proiettili vuoti cadono in abbondanza. Si vedono continuamente 10 o 15 bombe incrociare in aria le loro parabole infiammate; quando si è fatto buio; durante il giorno non si vedono ma il pericolo è più vicino. La morte è da per tutto, e non vi è ricovero sicuro. La squadra Sarda non abbandona l'ancoraggio di Mola. Le batterie Napoletane del fronte di terra hanno cominciato oggi il fuoco molto tardi? Gli artiglieri fanno il loro dovere fino all'ultimo, senza nessuna speranza. Ma gli assedianti capiscono che non è più possibile di corrispondergli con efficacia. Si è incontrato questa sera, su d'una batteria che ho dimenticato il nome un sotto-tenente di 15 a 16 anni, ser vendo solo con due uomini 4 cannoni, caricando pun¬tando e tirando con rabbia. Questo buon ragazzo si chiama Rossi; ha un fratello che come lui si è distinto molto nell'assedio. Una sessantina di soldati sono stati ammazzati e feriti nella piazza durante questa giornata; la batteria Regina ha avuto essa sola 12 uomini fuori combattimento.
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10 febbraio 1861
Il fuoco Piemontese diviene impetuoso. La Piazza persiste nella sua resistenza; ella risponde con successo alla batteria dei Cappuccini; ma che può essa contro la batteria nemica tanto lontana? che può essa contro una sessantina di mortai e più di 100 pezzi rigati di ogni calibro. Tutti gli ingegni distruttori inventati dalla scienza moderna sono provati contro Gaeta. Vi è nel campo nemico un vero concorso di mostri piombati e ferrati. Per tanto i cannoni Napolitani impongono ancora silenzio a quelle batterle Piemontesi che sono le più vicine, come è stato oggi coi Cappuccini. Un assalto potrebbe salvare la Città. Da cinque giorni i pezzi delle batterie avanzate sono caricati a mitraglia ogni sera; si spera tutte le notti che i Pie¬montesi tenderanno entrare per la via della breccia. Ma i Piemontesi non sembrano affatto disposti ad accordarci questo cambio ; sono sicuri di schiacciarci tenendosi a 1500, 2000, 3000 metri di distanza. Essi trionferanno perchè posseggono un'Artiglieria incontestabilmente superiore. Io sentiva dire non ha poco, dal Colonnello Gabriele Ussani, altrettanto mo¬desto che bravo: Se noi avessimo avuto un'artiglieria rigata, non resterebbe un pezzo Piemontese in posizione, giacchè i Cannonieri Napolitani sono migliori dei Piemontesi. Il sgnor Pierres, Scudere dell'Imperatrice ha portata una lettera della sua Sovrana alla Regina, quella che era stata altra volta consegnata ad un bastimento Spagnuolo. Il signor Pierres non ha ottenuto dal Vice Ammiraglio Persano il permesso d'entrare in Gaeta, se non a condizione di limitarsi rigorosamente alla presentazione della lettera dell'imperatrice. Intanto il blocco non è conosciuto! Il pubblico ha dovuto domandarsi mille volte, perchè i Napoletani non facevano nessuna sortita contro gli assedianti. Avevamo sperato io il primo che il signor Bosco condurrebbe almeno qualche battaglione ai Cappuccini o a Monte Tortano per inchiodare i can¬noni Piemontesi. Il signor Bosco non ha risposto all'aspettativa generale, ed il suo soggiorno a Gaeta durante l'assedio, ha mostrato che la sua riputazione era esagerata. Il signor Bosco sarà sempre un bravo ufficiale, non credo mai che sarà un generale.
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09 febbraio 1861
L'Armistizio spirava alle 10 del mattino. Alle 10 e cinque minuti gli assedianti hanno ricominciato il fuoco. La piazza ha risposto, non già colla stessa energia precedente, poichè cinque batterie sono state annullate, ma però con una fermezza sostenuta. Le batterie Regina, S. Andrea e Philipstad sono specialmente incaricate di controbattere le posizioni nemiche; soffrono pure di più. Il fuoco è durato fino a sera. La Piazza ha avuto tre o quattro Artiglieri uccisi ed una quindicina di feriti. La batteria Regina sopporta sola la metà di queste perdite. Un cominciamento d'incendio si è dichiarato sulla batteria S. Antonio; la riserva di munizioni correva rischio di saltare; due Cannonieri si sono bravamente dedicati per smorzare l'incendio, e vi sono riusciti. Monsignor Criscuolo è stato vittima delle sue ferite; anche i religiosi Alcantarini.
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08 febbraio 1861
È impossibile dissimularsi che la situazione è critica. L'esplosione della polveriera è un disastro le di cui conseguenze trascineranno forse la caduta della Piazza tra breve tempo. La provvista di polvere diminuisce rapidamente, e la Piazza non potrebbe fare più di 5 o 6 giorni un fuoco così imponente come quello del 22 gennaio. I viveri diminuiscono; il soldato, che non ha mangiato carne da tre mesi, è estenuato; la sua abnegazione è ammirabile. Non so se in niuna armata si troverebbe questo genere d'eroismo. Il Governatore ha riunito i Generali ed i Capi di Corpo per domandare il loro avviso sulla possibilità di una più lunga resistenza. Il tenente generale Ritucci ha esposta la quistione in tali termini che si vedeva chiaramente il desiderio di capitolare. Il generale Bosco, si crede saperlo, divide la stessa opinione; quella del generale Polizzi non è dubbiosa. L'assemblea pendeva necessariamente verso queste autorità, quando il generale Riedmatten si è opposto con forza contro questa tendenza, ed à fatto sentire delle maschie parole che molti Capi di Corpi hanno francamente appoggiate. Si è deciso che si resisterebbe ancora. Una nuova proposizione è stata fatta dal Governatore della Piazza al generale Cialdini per prolungare la tregua, visto che le vittime non sono tutte disotterrate dalle macerie. Dodici ore sono accordate. Inoltre la Piazza ha domandato di mandare i suoi ammalati a Terracina. Cialdini ha rifiutato; ma ha offerto di pigliarli lui stesso per trasportarli a Napoli. L'offerta è stata accettata. Ecco un colpo estremamente abile del generale Cialdini: si capirà che la città è perduta, giacchè gli assedianti prendono gli ammalati. Un Vapore Piemontese ne ha caricati 200. Malgrado la tregua, i Piemontesi hanno smascherata una nuova batteria dirimpetto la Trinità. Le tregue non gl'inspirano scrupoli; avevano già messo a profitto quella del 9 al 19 gennaio. Due barche, l'uno partendo da Gaeta per Napoli, l'altra venendo da Terracina a Gaeta, sono state catturate questa notte dalle crociere Sarde. Ignoro se le lettere sono state gettate in mare. Una terza barca, andando da Gaeta a Terracina, é rientrata nel porto per non esser presa. Un Ufficiale Belgio, appartenente all'Armata Pontificia, signor Jaquemin, venuto a Gaeta, sono tre settimane, per comandare una batteria del fronte di mare, è morto istantaneamente. Una strana scena è succeduta adesso vicino alla nostra casamatta. L'Uffiziale comandante la batteria della torre Orlando, calava della montagna, preceduto dal suo domestico portando una lanterna. Nello stesso tempo, si scorgevano dei lumi agitarsi sulle posizioni nemiche. I marinai Napolitani della batteria Regina hanno creduto uno scambio di segnali. Hanno gridato, al tradimento, hanno circondato l'Uffiziale e sono corsi verso la casamatta Reale. Non è senza pena che li hanno calmati, ed il Generale Riedmatten à severamente loro rimproverato la inconvenienza della loro condotta ed insubordinazione.
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07 febbraio 1861
Una tregua è stata domandata dal Governatore al generale Cialdini, per tentare di salvare gl'infelici rimasti sotto le macerie. La tregua è stata accordata questa notte, e durerà 48 ore. Ritorno dal visitare il teatro della catastrofe. Quali immense rovine! Quale desolazione! Un odore infetto annunzia che già i cadaveri sono in corruzione. Lo sgombro s'opera con lentezza; finora non si sono tirati che due persone vive, se si può chiamar vita il soffio che loro resta; moriranno oggi o domani. Si calcola che il numero delle vittime supera i 200. Il corpo del Generale Traversa è stato trovato con difficoltà. Traversa aveva 78 anni, ed aveva assistito all'assedio del 1806; ignoro se era fra gli assedianti o assediati. Era basso cogli occhiali, istancabile, la di cui attività avrebbe fatto onta ad un giovine di 20 anni, e si trovava da pertutto, senza incaricarsi del pericolo. Non poteva avere una più gloriosa tomba. Quando la Squadra Francese fu richiamata dalle acque di Gaeta, il Re riunì gli Uffiziali di Artiglieria e Genio, e domandò il loro parere sulla possibile durata dell'assedio. Traversa aveva emesso quasi solo l'opinione che poteva difendersi ancora per due mesi; la maggior parte degli Uffiziali opinarono che la re¬sistenza non si prolungherebbe al di là.di quindici giorni. Si conserva dell'incertezza sulla causa che à condotta lo scoppio della polveriera. Si pretende aver trovato questa mane delle lunghe micce non ancora bruciate in mezzo alle rovine. Ma bisogna diffidarsi di queste appreziazioni che vedono da per tutto tradimento. Più verisimilmente, una bomba Piemontese è stata la causa del sinistro. Gli assedianti tiravano molto su i gruppi di Cacciatori travagliani alla piccola breccia del 4, e ne avevano uccisi nove nella giornata; un proiettile destinato agli operai avrà deviato una vendita di metri ed avrà colpito la polveriera che era fuori vista.
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06 febbraio 1861
La rabbia del bombardamento s'è un poco calmata questa mane. Gli assediati hanno lanciato da mare e da terra, da ieri fino a quatt'ore della sera, più di 15000 proiettili. La Flotta era fuori tiro e per conseguenza non ha prodotto nessun danno. Il fronte di mare è imponente. Non si sa ancora le nostre perdite dalla parte delle batterie di terra. Le vittime dell'esplosione della polveriera non si anno potuto soccorrere, il luogo non essendo tenibile. Una scheggia di bomba è entrata ieri nella camera del Re; per un caso providenziale, Sua Maestà era uscita un mezzo minuto prima. Il maggiore Sangro a soccombuto alla sua ferita; un'ora prima di spirare, à scritto a sua madre qualche linea estremamente commovente, gli domandava la sua benedizione scongiurandola di consolarsi, perchè moriva per la più giusta delle cause. Il confessore della Regina è morto di tifo. Era un prete Svizzero, di cui ignoro il nome.
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05 febbraio 1861
Ecco la giornata più fatale dell'assedio. L'esplosione della riserva di munizioni della batteria S. Giacomo ha aperto la serie dei disastri. Fra tre o quattro ore di sera una esplosione ben diversamente terribile à scossa tutta la Città. La piccola polveriera servente alle batterie Cittadella e S. Antonio, verso la porta di terra, nel congiungimento del fronte di terra e quello di mare, è saltata. Il rumore è stato spaventevole. Le pietre, i scogli si sono percossi per quasi un minuto nell'aria. Quando le tenebre, subitamente prodotte, si sono dissipate, la porta di terra era scomparsa, il corpo di guardia era sparito, come pure un centinaio d'uomini. Del bastione, del ramparo, delle vicine case, non restano che immense macerie, sotto le quali le vittime spingevano dei gemiti da agghiacciare il cuore più intrepido. Una larga breccia di 30 o 40 metri era aperta sul fronte di mare, ove si trovava altra volta la batteria Dente di Sega S. Antonio. Abbiamo temuto per un momento che tutti gli uffiziali Francesi della batteria Cittadella fossero periti; avevano solamente corso i più gravi pericoli, sentendo il suolo mancare sotto i loro piedi e la grandine di pietre passare sulle loro teste per ricadergli ai fianchi in mezzo alla più sinistra oscurità. Tutte le batterie circonvicine sono annullate; la batteria Cittadella è da per tutto lesionata. Non si sa quante persone sono sepolte sotto le rovine. Due Compagnie che travagliano alla breccia di ieri sono quasi interamente schiacciate. Il generale del Genio Traversa è fra le vittime. Molte famiglie sono perite, se ne cita una composta da undici persone, uomini, donne, e fanciulli, che è stata schiacciata; si era ricuperata sotto la porta della Città. È un lamentevole spettacolo di vedere le gambe e le braccia agitarsi sotto le rovine, di incontrare dei soldati stroppi, delle donne inondate di sangue, che si portavano o fuggivano verso il centro della Città. Il bombardamento continuava, o piuttosto prendeva nuovo vigore, tutta l'Artiglieria nemica essendo stata immediatamente diretta su questo punto. Nulla eguaglia il furore col quale i Piemontesi tirano dopo il momento della catastrofe. La Piazza à subito risposto con energia, cercando disseminare il fuoco nemico; sembra riuscirvi. Poco prima di notte, la squadra Sarda s'è anche messa in movimento per pigliare la sua parte del combattimento. Quando i Vapori sono stati alla portata, le batterie del fronte di mare anno tuonato contro di essi. La squadra conta una quindicina di bastimenti, tra cui il Vascello Monarca, dell'antica marina Napolitana. Alle prime palle arrivate nei fianchi delle navi, si sono ritirati più al largo, e all'ora in cui scrivo, tirano più della metà dei loro colpi nel mare. Il Maggiore Sangro, del Genio, à avuto la gamba troncata. Il Conte d'Anersperg, Tenente attaccato allo stato Maggiore, giovine di rare qualità, à avuto pure una gamba rotta da una palla, ma prima dell'esplosione della polveriera e sulla piazza della gran guardia. Il tifo à fatto nella giornata due vittime : il Tenente Generale Duca di Sangro, primo Aiutante di Campo di Sua Maestà, il più onest'uomo del Regno, ed una suora della Carità. Il bombardamento continua con furore.
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04 febbraio 1861
Gli assedianti non restituiscono agli assediati palla per palla, ma ne scoccano dieci per una. Quà e là, dei Cacciatori designati per le corvè, sono uccisi su i lunghi cammini che bisogna percorrere, salendo dalla città alle batterie del fronte di Terra. La signora superiora delle Suore della Carità è stata obbligata a sua volta di mettersi a letto. Le nobili donne piegono sotto il fardello. Un episodio, che ricopre il mistero, è succeduto questa notte a mare, innanzi le batterie Transilvanici e Malpasso. Una fregata Piemontese à cannoneggiato un Vapore sconosciuto. Il Vapore s'è ricuperato sotto le batterie Napolitane. Si approntavano a tirare, quando à acceso un fanale di riconoscenza. Subito le lanterne sono state di nuovo spente, ed il Vapore è scomparso come un fantasma. Non si sa nulla di più, nulla di meno; tre o quattro persone sono state testimone dell'estrema apparizione e del combattimento notturno, e si perdono in congetture. Finisco la cronaca di questo giorno col racconto di un infelice avvenimento: verso le cinque, una esplosione à scosso il suolo verso la porta di terra; era la riserva della batteria Fianco Basso che saltava. Il bastione è stato fortemente scosso ed un pezzo di mu¬ro è crollato. Gli artiglieri delle batterie vicine an¬no inteso lo spiazzo tremare sotto i loro piedi. Il Generale Schumacher è arrivato subito ed à comandato a molte Compagnie di Cacciatori e Pionieri, far chiudere se è possibile questa prima breccia. Si contano tre o quattro vittime.